Chi siamo

L’Associazione di volontariato “Elisabetta d’Ungheria” O.N.L.U.S., è sorta nel 1987 per iniziativa di alcuni laici e delle Suore Terziarie Francescane Elisabettine, in collaborazione con la Diocesi di Padova, al fine di testimoniare la carità misericordiosa di Dio Padre a favore di chi si trova nel bisogno, nell’intento di aiutarlo a riscoprire e vivere la propria dignità: dignità di essere umano e di figlio di Dio , sacramento della Sua presenza sulla terra. 

L’Associazione, formata secondo lo spirito francescano e il carisma di Elisabetta Vendramini, dal quale trae ispirazione, ha fra gli scopi principali quelli di:

  1. offrire assistenza e aiuto a persone in condizione di riconosciuto bisogno;
  2. curare la formazione dei suoi membri organizzando iniziative, percorsi, incontri di sensibilizzazione inerenti le motivazioni del volontariato, l’aggiornamento e l’acquisizione di specifiche competenze, lo scambio di    esperienze fra i soci;
  3. promuovere iniziative di sensibilizzazione al volontariato e al servizio gratuito rivolte alla comunità civile e cristiana.

L’Associazione Elisabetta d’Ungheria è, inoltre, socio fondatore dell’Impresa Sociale Formiamo, ente accreditato presso la regione Veneto per la formazione continua e superiore che organizza in particolare:

  • percorsi di formazione per operatore socio sanitari;
  • percorsi di formazione continua, anche accreditata ECM (educazione continua in medicina), per operatori del sociale e del sanitario;
  • percorsi di formazione per il personale addetto alla produzione e vendita di sostanze alimentari (ex libretto sanitario).

Il Logo

Il logo vuole sinteticamente presentare l’associazione attraverso la figura carismatica a cui si ispira e i valori da lei vissuti.
L’associazione prende il nome da Santa Elisabetta figlia del re d’Ungheria e moglie di un principe tedesco, una donna di governo, madre di tre figli e poi vedova, che era una terziaria francescana, ovvero una persona che ha scelto di vivere secondo la spiritualità francescana e la regola di vita scritta da S. Francesco appositamente per i laici.
Nel logo compaiono gli elementi che la caratterizzano nell’iconografia, dove spesso S. Elisabetta è ritratta con le insegne regali, nell’atto di offrire il pane e/o nell’aprire il mantello mostrando di avere in grembo molte rose, per ricordare un episodio della sua biografia. In tale episodio è narrato che, essendo osteggiata dai parenti nel suo portare cibo ai poveri e soccorrerli, trascorrendo anche del tempo nelle loro case, un giorno, mentre usciva, le è stato chiesto di aprire il mantello sotto il quale nascondeva il pane, ma miracolosamente al posto di quest’ultimo sono comparse delle bellissime rose. Che tale episodio sia storico o simbolico non si sa, quello che conta è che veicola il messaggio che nessuno ci può impedire di prodigarci per chi è nel bisogno, se davvero lo vogliamo.
Ci si può chiedere perché ispirarsi a una persona vissuta otto secoli fa e la risposta è: perché comunque i valori da lei incarnati sono ancora attuali e accessibili a tutti in ogni stato di vita.

La corona

La Corona esprime la regalità, quindi richiama la DIGNITÀ di ogni essere umano, proprio in quanto figlio del gran Re, come S. Francesco chiamava Dio, quindi il RISPETTO che va espresso in ogni gesto verso tutte le persone a cui prestiamo servizio, anche alla più povera sotto qualunque aspetto: di beni o di salute, di intelligenza o moralmente, anzi proprio a partire dalla più povera.
Inoltre ci ricorda di essere chiamati ad esprimere il nostro servizio alla regale e cioè comportandoci da veri figli di Dio SENZA FARE DISCRIMINAZIONI “Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato” (Lc 6,35-38), ricordando anche che Cristo mostra la sua regalità quando muore sulla croce.

Perciò al volontario è chiesto di rispettare ogni persona che accosta, che va trattata sempre con grande attenzione e cura, facendo bene il bene, cioè facendo ciò che veramente aiuta la promozione umana della persona nel bisogno e che viene richiesto dalla struttura in cui presta servizio, anche se ciò può essere è meno gratificante o facile di altri interventi.

Il Pane e le Spighe

Il Pane è il simbolo della CARITÀ CONCRETA, FATTIVA, che si esprime attraverso servizi e gesti volti ad andare incontro ai bisogni materiali della persona, fame, sete, coprirsi, abitare, ma soprattutto relazionarsi, che si possono rivedere anche nelle opere di misericordia corporali di cui il seguente brano evangelico resta la descrizione più significativa “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (...) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.” (Mt 25, 31-46).
Ma il pane spezzato ricorda anche l’Eucaristia e cioè l’amore di Dio che per la salvezza di ciascuno di noi si è fatto piccolo e ha donato la sua vita fino a morire, invitandoci a fare altrettanto verso i nostri fratelli e quindi richiama il coinvolgimento personale, il mettersi in gioco, CONDIVIDENDO CIÒ CHE SIAMO. Quindi più che fare grandi cose quello che conta è mettersi in relazione con chi è nel bisogno con tutto sé stessi.

Le Spighe inoltre, sottolineano che il buon pane che sazia è dato dal contributo personale di ciascuno unito a quello di molti altri, IN COLLABORAZIONE, senza la paura di restare nascosti e di lasciarsi trasformare, macinare. Perciò al volontario, oltre all’aiuto concreto e/o materiale laddove sia necessario, è chiesto soprattutto di mettere la propria vita a servizio dei fratelli stando loro accanto con tutto se stesso, integrandosi e interagendo positivamente con tutto il contesto della struttura in cui è inserito. Il volontariato, nella nostra associazione, più che un dare o fare è questione di essere, a fianco.

Le Rose

Le Rose sono il simbolo della CARITÀ DELICATA E PREMUROSA che è attenta, oltre ai bisogni del corpo anche a quelli dell’animo umano, dello spirito, perciò spinge a farsi incontro all’altro con delicatezza, mai facendo pesare l’aiuto offerto, ma dandolo con la naturalezza, la freschezza, la semplicità, la gioia con cui si dona un fiore. Le rose richiamano anche LA BELLEZZA DELLA GRATUITÀ NELLA RECIPROCITÀ, infatti pur essendo fiori inutili, che non danno frutti di cui cibarsi, sono tra i più belli, il dono per eccellenza degli innamorati. Il volontariato è tale solo se fatto in gratuità, non esclusivamente economica, ma anche di spirito, il volontario si mette a disposizione senza aspettarsi nulla in cambio, accogliendo tutto ciò che l’altro dona, così può sbocciare una relazione reciproca, sincera, che rende più bella la vita sia di chi riceve il servizio, sia di chi lo dona. Le rose nascondono anche spine pungenti, che non sono fatte per distruggere chi si avvicina, ma per proteggere il fiore. Anche la carità vera non è sempre solo gratificante, esige sacrificio personale, comporta di avere un atteggiamento di PAZIENZA VERSO LA FATICA inevitabile e che fa crescere, fatica di conoscere e comprendere l’altro, di essere costanti nel servizio, di essere coerenti. Infine le rose emanano un buon profumo e richiamano il profumo che noi cristiani siamo chiamati a spargere nel mondo Noi siamo infatti il profumo di Cristo(2 Cor 2,14-16). 

Perciò al volontario è chiesto di operare con delicatezza, gratuità, pazienza e costanza, nella reciprocità della relazione, riconoscendo nell’altro una persona che ha sempre qualcosa da offrirmi, oltre che da ricevere da me. 

Anche a chi non condividesse le motivazioni di fede chiediamo di condividere i valori e di impegnarsi ad attuarli nel servizio.

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